Emdr

Dottoressa Petralia Alessia Margherita, psicologa emdr
Quando il corpo diventa l’unico rifugio: cosa c’è dietro i comportamenti autodistruttivi

Ci sono momenti in cui la sofferenza è così grande da farci sentire senza via d’uscita.
Come se non esistesse nessuno a cui chiedere aiuto.
Nessun luogo sicuro dove poter sostare.
Nessuna parola che possa davvero alleviare quel dolore.
In queste situazioni estreme, il corpo diventa l’unico spazio in cui cercare un modo per sopravvivere.

Quando il trauma segna il corpo e la mente

Per chi ha vissuto esperienze traumatiche — abusi, violenze, trascuratezza emotiva o situazioni di pericolo — il mondo può diventare un luogo ostile e spaventoso.
Il senso di solitudine e disperazione può essere così profondo da generare comportamenti che, da fuori, sembrano incomprensibili o distruttivi: come l’autolesionismo, l’abuso di sostanze o i disturbi alimentari.
Ma dietro questi gesti c’è sempre un tentativo, seppur doloroso, di regolare un’emozione insopportabile o di riprendere il controllo su una realtà che sembra sfuggire di mano.

Non è follia. È sopravvivenza.

Quando il sistema nervoso percepisce un pericolo, si attivano delle risposte automatiche: attacco, fuga o blocco.
Ma cosa succede quando né attaccare né fuggire è possibile?
Il corpo trova altre strade: compiere gesti su di sé, anche dolorosi, può dare per un attimo una sensazione di controllo, di presenza, di “esserci ancora”.
Non è un desiderio di farsi del male fine a se stesso.
È un modo — spesso l’unico conosciuto — per non essere travolti dal panico, dal vuoto o da emozioni ingestibili.

Il rischio di non sentirsi al sicuro… neanche con le proprie emozioni

Chi ha vissuto traumi importanti spesso ha imparato che mostrare vulnerabilità è pericoloso.
Mostrare emozioni può voler dire esporsi a nuovi rischi, a giudizi o a rifiuti.
Per questo molti imparano a scollegarsi dalle proprie emozioni o a “spegnersi” per proteggersi.
Ma è proprio qui che può iniziare un percorso di cura e consapevolezza.

Curare le ferite invisibili: quando la terapia può fare la differenza

Davanti a ferite così profonde, non sempre basta la forza di volontà per stare meglio.
Non si tratta di essere deboli, ma di portare dentro di sé un dolore che ha bisogno di essere ascoltato, accolto e trasformato in uno spazio protetto.
Tra i percorsi terapeutici che possono aiutare a elaborare i traumi c’è l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), un metodo riconosciuto a livello internazionale per il trattamento dei traumi e delle esperienze difficili.
L’EMDR aiuta a “rimettere in movimento” quei ricordi dolorosi che sono rimasti bloccati nel corpo e nella mente, portando con sé emozioni e sensazioni troppo intense da gestire.
Durante le sedute, attraverso stimolazioni bilaterali (come movimenti oculari o tocchi alternati), la persona viene accompagnata in un lavoro delicato e rispettoso che permette al cervello di rielaborare il ricordo traumatico e integrarlo in modo più sano e meno spaventoso.
Non si cancella ciò che è accaduto.
Ma si può davvero smettere di sentirsi in balia di emozioni ingestibili.
Si può ricominciare a sentire il proprio corpo come un posto in cui abitare e non da cui fuggire.

Un messaggio finale

Chi ha vissuto esperienze traumatiche non è rotto.
È sopravvissuto.
E merita tutto il rispetto, la cura e la possibilità di tornare a sentirsi al sicuro dentro di sé.

Alessia Margherita Petralia

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